Comportamentismo e cognitivismo: due modi opposti di guardare il cavallo

Comportamentismo e cognitivismo: due modi opposti di guardare il cavallo

Quando un cavallo si rifiuta di fare qualcosa, la reazione più comune è pensare: “Lo fa apposta”. E la soluzione è aumentare la pressione: più gamba, più mano, più voce, finché non cede.
Questo approccio si chiama comportamentismo. Ed è così radicato che quasi nessuno si chiede se sia l’unica strada.

Che cos’è il comportamentismo (e perché è così diffuso)
Il comportamentismo nasce con Pavlov e Skinner: l’apprendimento si riduce a stimoli e risposte.
Comportamento giusto = premio, sbagliato = punizione.
In equitazione significa: il cavallo sbaglia, lo correggi; fa giusto, lo premi.
Ripeti, e lui impara.
Funziona in parte: il cavallo impara a evitare la punizione, ma il prezzo è la relazione.
Impara a eseguire, non a capire.

Il lato oscuro del comportamentismo in scuderia
Quando il comportamentismo diventa l’unico strumento, il cavallo che si impunta impara che l’uomo è aggressivo; quello che alza la testa impara a tirare contro; imparano che l’uomo è imprevedibile e che la cosa migliore è spegnersi.
Giancarlo Mazzoleni (medico, cavaliere, studioso e profondo conoscitore dei cavalli, fondatore del Metodo di Equimozione e Isodinamica – MEI) denuncia questo approccio: per lui, il comportamentismo “crea automi senza cervello, cavalli autistici, potenzialmente pericolosi”. E non è solo. Janet Jones mostra che forzare un cavallo non cancella la paura: la seppellisce, e lei torna più forte.

L’alternativa: il cognitivismo
Il cognitivismo supera il comportamentismo: l’animale non è una scatola nera. Ha percezioni, emozioni, capacità di elaborare informazioni.
In equitazione: il cavallo che si impunta non è “cattivo”. È confuso, spaventato o ha dolore. Il compito è capire la causa, poi cambiare ambiente, aiuto o richiesta.
Mazzoleni ha costruito il suo Metodo di Equimozione e Isodinamica su questa base: l’addestramento è un dialogo. Michel-Antoine Leblanc ha mostrato che il cavallo prova emozioni complesse. Stephen Budiansky ricorda che il cavallo è una preda: il suo cervello è cablato per la sopravvivenza. Quello che chiamiamo “resistenza” è quasi sempre paura.
Prendiamo un caso: il cavallo non vuole entrare in acqua.
L’approccio comportamentista dice: costringilo. Alla fine entra. Hai vinto.
L’approccio cognitivista dice: fermati. Forse non vede il fondo, o ha avuto una brutta esperienza. Lo accompagni, lasci che annusi, aspetti. Alla fine entra. Non hai vinto: avete trovato insieme un modo.
La differenza è in ciò che il cavallo impara: nel primo caso, che l’uomo è da temere; nel secondo, che può fidarsi.

Un altro punto di vista: l’equitazione classica
Il cognitivismo non è una moda moderna. De la Guérinière insisteva sulla leggerezza. Nuno Oliveira diceva: “Il cavallo non si doma, si convince”. Podhajsky scriveva che la sottomissione deve essere “libera e gioiosa”, non frutto di paura. Questi maestri avevano capito che la paura produce un cavallo rigido che lavora male.

Come riconoscere il proprio approccio (astenendosi dal giudizio)
Se la prima reazione all’errore è aumentare la forza, sei nel comportamentismo. Se è fermarti e chiederti “perché”, sei sulla strada cognitivista. Il primo è quello che la maggior parte ha imparato.
Ma sapere che esiste un’alternativa è un passo avanti. È più lenta all’inizio, ma più solida: costruisce fiducia, non paura. E la fiducia resiste nel tempo.

L'eredità di Giancarlo Mazzoleni (e degli altri)
Oggi, grazie a Mazzoleni, Jones, Leblanc, Budiansky, abbiamo strumenti per capire il cavallo come mai prima. Sappiamo che il dolore fisico è la causa nascosta di molti problemi caratteriali.
Sappiamo che la testardaggine non esiste: esiste solo paura, confusione o dolore. Usare queste conoscenze è essere cavalieri migliori. Perché la vera forza non sta nel piegare una volontà, ma nel conquistare una fiducia.

Spunti di riflessione
La prossima volta che il cavallo “si rifiuta”, fermati.
Conta fino a dieci.
Guardalo.
Chiediti: se fosse un bambino spaventato, cosa farei?
La risposta non è “più forza”.
È “più ascolto”.

 

Mazzoleni, G., Addestramento in armonia: metodo di equimozione e isodinamica per equitare con sentimento, Equitare, 2015 
Mazzoleni, G., Equitare con sentimento: la pratica (Quaderni 1-5: Il cavallo, l'apprendimento, la terminologia; Il lavoro alla corda; Il passo; Il trotto; Il galoppo), Equitare, 2005/2006 

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