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L’arte del lavoro alla corda. Istruzioni antiche per cavalli moderni - Parte prima

Questo articolo nasce dalla lettura e dal confronto di quattro testi fondamentali redatti da Maestri dell’equitazione in epoche diverse.
Due sono classici indiscutibili:
Alois Podhajsky, direttore della Scuola Spagnola di Vienna (L’arte equestre classica, SIAEC, 2016), e Gustav Steinbrecht (La palestra del cavallo, SIAEC, 1991), grande teorico dell’equitazione tedesca, i cui insegnamenti hanno segnato generazioni di cavalieri.
Il terzo è un testo storico di un cavaliere portoghese del XVIII secolo, Manuel Carlos de Andrade (Luce della nobile e liberale arte della cavalleria, 1791) che, nei suoi scritti, anticipa in modo sorprendente molti principi moderni. 
L’ultimo è di un contemporaneo, Giancarlo Mazzoleni (Equitare con sentimento, Equitare, 2003 e L'utilità del lavoro alla corda, Equitare 2014), medico, cavaliere, profondo conoscitore e uomo di cavalli che, con lucidità e pragmatismo, smonta molti luoghi comuni e offre indicazioni tecniche preziose.

Ma… cominciamo!

Se assisti a una normale giornata in un maneggio, è probabile che tu veda qualcuno “mettere il cavallo alla corda”.
Spesso accade così: il cavallo viene legato a una lunga corda, qualcuno sta al centro con una frusta, e l’animale gira in tondo. In molti casi, questo lavoro viene svolto in modo meccanico, quasi distratto, con il telefonino in una mano e la corda nell’altra.
Questo però non è il vero lavoro alla corda; è una sua pallida, e talvolta dannosa, imitazione.
Il lavoro alla corda autentico, quello insegnato dai grandi maestri dell’equitazione classica, da chi ha formato i cavalli delle più prestigiose scuole europee, è una disciplina raffinata, complessa e profondamente formativa.
È una delle fasi più importanti dell’intero percorso di addestramento, e in molti casi ne costituisce il vero fondamento.
Per capire perché, bisogna partire da un dato di fatto: il cavallo giovane, quando arriva in maneggio, non sa nulla. Non sa cosa significhi portare un peso sul dorso, né rispondere a una pressione sulla bocca, flettersi, riunirsi, obbedire a una volontà diversa dalla propria. Fino a quel momento ha vissuto in “libertà”, o quasi, seguendo i propri istinti.
Come dice spesso un mio carissimo amico e maestro “Il cavallo non è fatto per essere montato”.

La prima sfida dell’addestratore non è insegnargli degli esercizi, ma costruire un ponte di fiducia tra due specie che comunicano in modo profondamente diverso.
Ed è proprio qui che il lavoro alla corda diventa insostituibile.
A terra, senza il peso del cavaliere, il cavallo può imparare cose fondamentali in un contesto molto meno minaccioso per lui.
Può imparare
a lavorare in circolo, a rispettare lo spazio tra sé e l'addestratore, a mantenere un’andatura regolare, a rispondere a stimoli propulsivi e di ritegno, a flettersi lateralmente, a trovare un nuovo equilibrio da quello che era il suo in natura per imparare a portar(si) e a portar(ci). 
Può apprendere, soprattutto, che l’uomo non è un nemico da temere, ma una guida di cui fidarsi.
Podhajsky lo dice con chiarezza: la fiducia è il miglior fondamento dell’obbedienza.
E il lavoro alla corda, se ben condotto, è lo strumento più potente per guadagnare quella fiducia. Non attraverso carezze o premi che, avverte Steinbrecht, possono persino generare vizi come mordere o scalciare, ma attraverso una comunicazione chiara, coerente, non violenta, basata su un trattamento regolare e calmo.

Un beneficio spesso dimenticato
C’è un altro aspetto, spesso dimenticato, che rende il lavoro alla corda così importante.
Il cavallo moderno vive in condizioni molto diverse da quelle per cui la natura lo ha progettato. Confinato in un box per molte ore al giorno, spesso da solo, con movimenti limitati, il suo corpo accumula tensioni, rigidità, squilibri.
Come fa notare Mazzoleni, la prolungata immobilità induce il cavallo a voler correre e sgranchirsi come tentativo spontaneo di riequilibrio psicofisico: da un lato, il cavallo sperimenta la libertà di “scappare” senza costrizioni, ottenendo un recupero emotivo (“non ho più paura”); dall’altro, attraverso la spinta dei posteriori, ricerca un assetto neuromotorio che lo stabilizzi, riducendo il rischio di cadere. 
L’incapacità del conduttore altera spesso e volentieri proprio questo naturale processo di autoregolazione, trasformando un potenziale momento di riorganizzazione funzionale in una fuga disordinata e dolorosa, creando al cavallo alterazioni cinetiche dolorose.
Un corretto lavoro alla corda, al contrario, ristabilisce l’equilibrio, aiuta l’impegno dei posteriori, scioglie la muscolatura, libera il dorso.
In altre parole, non solo prepara il cavallo al lavoro montato, ma lo rigenera fisicamente e mentalmente.

E il cavaliere?
Non meno importante è l’effetto sul cavaliere.
Il lavoro alla corda non educa solo il cavallo, educa anche chi lo conduce.
La delicatezza di mano di cui parla Mazzoleni, ossia la capacità di mantenere un contatto leggero, elastico, reattivo, senza tirare né strattonare, si costruisce perfettamente alla corda.
Così come in sella, anche nel lavoro alla corda nessun muscolo deve essere contratto e le articolazioni non devono mai essere rigide.
La prova del nodo lasso, semplice e geniale, è un esercizio di consapevolezza tattile che molti cavalieri in sella non hanno mai fatto: se lavorando al passo, al trotto e al galoppo, ed eseguendo transizioni corrette, alla fine del lavoro il nodo fatto a metà della corda non si sarà stretto, allora vuol dire che la mano è stata veramente delicata.
E la capacità di dosare l’azione della frusta (non come punizione, ma come aiuto propulsivo che sostituisce la gamba) è la stessa che poi si usa a cavallo con l'uso integrato dell'assetto e del frustino.

Gli errori comuni
Nonostante la sua importanza, il lavoro alla corda è spesso eseguito male.
L’errore più comune, e più grave, è l’uso di un circolo troppo stretto.
Podhajsky è lapidario: proprio in questo campo si commettono molti errori, che si pagano nella prosecuzione dell’addestramento. Fare girare il cavallo su un circolo stretto, o addirittura troppo stretto, non solo non favorisce l’addestramento, ma espone l’animale a molteplici danni fisici.
Steinbrecht precisa che un cerchio stretto esige una forte incurvatura di tutto il corpo, e quindi va utilizzato come lezione effettiva solo dopo avervi preparato il cavallo poco a poco con lunghi esercizi. Per questo tutti i maestri raccomandano di iniziare su un circolo dal raggio il più ampio possibile.
Come suggerisce De Andrade: “Il cavallo, abituato ad andarsene liberamente nel pascolo sempre tutto diritto, viene così facilitato nel suo lavoro e sarà meno incline a resistere”.
Interessante è l’analisi e la critica che Mazzoleni riserva ai numerosi strumenti sussidiari utilizzati nel lavoro con il cavallo (redini fisse, elastiche, di ritorno, Gogue, Chambon, cavezze, morsi, corde sintetiche). 
La tesi centrale è che questi ausili, sebbene spesso adottati con l'intenzione di correggere o facilitare l'addestramento, producono effetti dannosi perché agiscono meccanicamente sul solo segmento testa-collo, spostando l'equilibrio del cavallo sugli anteriori e inducendo rigidità dorsale, incappucciamento e alterazioni della deambulazione.
In particolare, ne L'utilità del lavoro alla corda, l'autore sottolinea che nessuno di questi strumenti permette di ottenere un vero appoggio da impulso, ma al contrario provocano una trazione retrograda che ostacola la spinta dei posteriori.
Anche l'uso della cavezza è ritenuto inefficace e potenzialmente traumatico, mentre l'unico approccio valido è quello che rispetta la fisiologia del movimento, consentendo al cavallo di riequilibrare autonomamente il proprio corpo senza forzature meccaniche.
Ma c’è un altro errore, ancora più subdolo e diffusissimo, che riguarda il modo in cui la corda viene agganciata al filetto (o nei casi peggiori, addirittura al morso).
Un dettaglio apparentemente minimo, eppure capace di compromettere l’equilibrio del cavallo, favorire fughe e sgroppate, e vanificare gran parte del lavoro svolto.

È proprio da questo punto, l’aggancio della corda, che prende avvio la seconda parte dell’articolo, dove analizzeremo nel dettaglio le tre modalità di aggancio, l’uso della voce, il valore della frusta, e i tempi corretti per ogni fase dell’addestramento.

Fonti:
Alois Podhajsky , L’arte equestre classica, SIAEC, 2016
Gustav Steinbrecht, La palestra del cavallo, SIAEC, 1991
Manuel Carlos de Andrade, Luce della nobile e liberale arte della cavalleria, 1791
Giancarlo Mazzoleni, Equitare con sentimento, Equitare, 2003
Giancarlo Mazzoleni, L'utilità del lavoro alla corda, Equitare, 2014

Nella foto, il tecnico di equimozione e isodinamica (T.E.I.) Enrica Piana con Dino (KWPN,) in una dimostrazione di lavoro alla corda presso il Laboratorio Equestre Campoverde, Albino (BG). 
La foto, gentilmente concessa, è opera della fotografa Corinne Caleca, Bergamo.

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Finalmente un articolo inedito e molto educativo. Attendo con ansia la seconda parte e nel frattempo la condivido con i miei allievi.
Anche se di parte fotografia meravigliosa!

Chiara Ghilardini

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