Ciò che NON siamo per il cavallo (e perché è importante saperlo) - Parte seconda

Ciò che NON siamo per il cavallo (e perché è importante saperlo) - Parte seconda

Dopo aver esaminato ciò che la scienza ci dice sulla percezione che il cavallo ha dell'essere umano, è altrettanto importante dire cosa non siamo  per lui.
Negli ultimi anni si sono diffuse molte “spiegazioni” che, oltre a non avere alcun fondamento scientifico, possono portare a errori piuttosto gravi nel valutare il comportamento e le reazioni del cavallo.

Non siamo un predatore
Iniziamo col dire che non siamo un predatore.
Non ci risulta che gli esseri umani abbiano mai tentato di mangiare un cavallo azzannandolo al collo e sbranandolo.
La storia della nostra evoluzione ci dice chiaramente che gli esseri umani sono stati più spesso prede che predatori. Basta vedere qualche documentario sulla predazione nel mondo animale per capire che, se il cavallo ci percepisse come un predatore (un puma, un lupo o qualcosa del genere), avremmo grosse difficoltà ad avvicinarci a lui a una distanza inferiore ai dieci-quindici metri.
E che dire della nostra mano aperta, che qualcuno sostiene assomigli all'artiglio di un grosso felino?
È forse possibile che un animale domestico (estinto in natura da millenni, capace di crearsi il concetto psicologico di "persona" come essere vivente diverso da sé) non sia in grado di distinguere la mano umana dalla zampa di un predatore?
Questa critica trova oggi un solido supporto scientifico in una revisione pubblicata su Animals nel 2025 (Steklis et al.). 
Gli autori propongono l'
" ipotesi della coevoluzione mutualistica  " , secondo la quale cavalli e umani hanno sviluppato una relazione basata sulla cooperazione, non sulla paura. La domesticazione avrebbe favorito adattamenti emotivi, comportamentali e cognitivi specificamente orientati a supportare il legame interspecifico. La revisione critica le prove morfologiche e comportamentali spesso usate per classificare il cavallo come “preda”, dimostrandole incoerenti o insufficienti.  In particolare, sostenendo che i cavalli domestici possiedono capacità socio-cognitive che consentono loro di distinguere gli umani dai predatori naturali e di formare relazioni complesse e collaborative. Le conclusioni sono chiare: “ Promuoviamo il superamento dei metodi di addestramento tradizionali, fondati sulla paura e sulla sottomissione, a favore di approcci che valorizzano la natura mutualistica e sociale del cavallo” .
Una pubblicazione correlata degli stessi autori (2023) inquadra questa relazione nel concetto più ampio di ultrasocialità estesa ”, sostenendo che la capacità umana di formare reti cooperative con individui non imparentati sia stata la base evolutiva per stabilire simbiosi mutualistiche con altre specie, inclusi i cavalli.

Non siamo il "capo del branco"
Tanto per non farsi mancare niente, c'è chi afferma che, per instaurare un buon rapporto, è necessario formare un branco con il cavallo, all'interno del quale la persona sia il “capo”. 
Se consideriamo che un cavallo è perfettamente in grado di riconoscere il suo compagno preferito e una persona familiare attraverso l'uso integrato dei suoi sensi (elaborando congiuntamente informazioni visive, olfattive e uditive), ci riesce quanto meno difficile pensare che possa scambiarci per una sua simile e che possa instaurare con noi una relazione gerarchica secondo i suoi canoni sociali.
Su quest'ultimo aspetto possiamo aggiungere un'altra riflessione, sempre basata su dati scientifici. Poiché noi umani siamo sensibili alle carezze o ad altre forme di contatto fisico gentile (stimolazione tattile), spesso riteniamo che anche gli animali lo siano.
Questo può essere vero per alcune specie ma meno per altre.
Nei cavalli, il contatto fisico è limitato a comportamenti di leccamento che la madre ha con il puledro (non molto frequenti) e, nell'età adulta, al mutuo grooming (quando due cavalli si grattano a vicenda), che rappresenta circa il 2-3% del tempo della giornata (da mezz'ora a un'ora circa). Percepire il contatto fisico come una ricompensa primaria è, quindi, più un bisogno umano che equino.

I pericoli dell'addestramento ripetitivo e meccanico
Oltre agli errori nell'applicazione delle regole psicologiche dell'apprendimento, ciò che può rendere l'addestramento e il lavoro mentalmente impegnativo sono le sessioni ripetitive, monotone e costituite prevalentemente da esercizi meccanici, che finiscono per avere conseguenze importanti per l'equilibrio psichico del cavallo.
Lo stare chiuso in box per gran parte della giornata e uscire solo per un breve periodo, per svolgere attività monotone e ripetitive, tendenzialmente poco piacevoli se non addirittura spiacevoli, avrà conseguenze molto pesanti sulla psiche del cavallo e contribuirà a deteriorare la relazione con l'essere umano, favorendo oltretutto lo sviluppo di comportamenti stereotipati, soprattutto nei cavalli di alcune discipline sportive per le quali l'addestramento è costituito da esercizi ripetitivi e meccanici.

Concludendo questa seconda parte ,possiamo affermare con sicurezza che il cavallo non ci vede né come un predatore né come un capo branco. Le più recenti evidenze scientifiche ci invitano invece a ripensare l'intera relazione in termini di cooperazione mutualistica, costruita su milioni di anni di adattamenti condivisi e su una raffinata capacità socio-cognitiva dell'equino.
Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere che non tutto ciò che facciamo con i cavalli è per loro fonte di benessere: l'addestramento ripetitivo, meccanico e la vita in box per gran parte della giornata rischiando di compromettere pesantemente il loro equilibrio psichico e la fiducia nei nostri confronti.

Nella terza parte di questo viaggio vedremo come tradurre tutto questo in azioni concrete: esercizi, gesti quotidiani e strategie pratiche per costruire, giorno dopo giorno, una relazione che sia davvero positiva per entrambi.

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