L’arte del lavoro alla corda. Istruzioni antiche per cavalli moderni - Parte seconda

L’arte del lavoro alla corda. Istruzioni antiche per cavalli moderni - Parte seconda

Nella prima parte dell'articolo abbiamo appreso che il vero lavoro alla corda è ben altra cosa rispetto alla meccanica e distratta consuetudine che spesso si vede nei maneggi. 
Abbiamo visto come questa disciplina, insegnata dai grandi maestri dell'equitazione classica, sia il fondamento della fiducia del cavallo, il suo primo vero alfabeto del movimento, e persino un'affinatrice della mano del cavaliere.
È ora di riprendere il filo.
In questa seconda parte analizzeremo nel dettaglio le tre modalità di aggancio della corda, scoprendo perché la più diffusa è anche la peggiore.
Vedremo poi come usare la voce come un aiuto potentissimo, perché la frusta non è mai una punizione, e infine quali tempi rispettare per ogni fase dell'addestramento.
Perché alla corda, come in sella, non basta fare, ma bisogna sapere.

L'aggancio della corda: un dettaglio che cambia tutto
Mazzoleni analizza tre modalità di aggancio e dimostra che
l'aggancio diretto all'anello interno del filetto (il più diffuso) è anche il peggiore in assoluto. 
Con questa modalità si verificano effetti negativi: caricamento sulla spalla anteriore interna e coricamento del cavallo, riduzione dell'ingaggio del posteriore interno, perdita di equilibrio. 
Il caricamento della spalla determina un'accelerazione del movimento, e l'azione di trazione sulla barra interna rende più difficile il recupero dell'equilibrio, ponendo i presupposti per le fughe e le sgroppate.
Eppure è proprio l'aggancio diretto quello che si vede fare più spesso, probabilmente perché è il più semplice e perché pochi hanno studiato le alternative.
Un po' più efficace l'aggancio indiretto, che passa attraverso l'anello interno del filetto e sopra la nuca per agganciarsi all'anello esterno: questa modalità non agisce sulle barre, blocca meno il posteriore interno nella sua azione d'ingaggio e permette una compensazione dell'eventuale eccesso di caricamento della spalla interna. È consigliato per chi non ha ancora una capacità propriocettiva adeguata delle proprie mani-braccia-spalle, per cui esercita un'eccessiva tensione sulla corda.
Ideale l'aggancio indiretto contrario, ideato dallo stesso Mazzoleni, che agendo sulla parte esterna dell'imboccatura, in caso si trazione della corda da parte dell'addestratore, non danneggia la bocca del cavallo, consente al posteriore interno di ingaggiare e sostenere la massa favorendo al cavallo il recupero e il consolidamento dell'equilibrio. (Per chi volesse approfondire l'argomento, leggere L'importanza del lavoro alla corda, Equitare, 2008). 
Podhajsky raccomanda di iniziare con un semplice cavezzone imbottito, strumento utile e indispensabile, a patto che venga posizionato con precisione: museruola sotto lo zigomo e sopra la cartilagine del naso per non ostacolare la respirazione, montanti stabili per proteggere l'occhio, corda fissata direttamente all'anello, il tutto affiancato a filetto e redini fisse in un lavoro progressivo. 
Mazzoleni lo consiglia invece solo per chi inizia o non ha abbastanza pratica perché risulta meno invasivo per cavalli giovani o sensibili, riducendo il rischio di traumatizzare le commessure labiali o la lingua.
Tuttavia, a suo parere, lo svantaggio è che il punto di aggancio sul naso non consente azioni precise per correggere l'equilibrio, né permette di coinvolgere la ganascia, impedendo così lo sviluppo completo della catena cinetica superiore.

La corda non è un freno
C'è poi l'errore di
usare la corda come un freno o un castigo, strattonando il cavallo quando accelera o quando si spaventa.
Steinbrecht è chiarissimo: tutte le trazioni con la corda non devono mai essere fatte bruscamente, né dirette verso il centro del cerchio, ma devono avere sempre un effetto in avanti, per non distogliere mai il cavallo all'improvviso o con violenza dalla sua direzione di marcia.
La mancata osservanza di questa regola può condurre facilmente a semi-rotazioni, ma spesso può avere come conseguenza zoppie di spalla o contusioni delle giunture.
Non bisogna assolutamente punire il cavallo giovane con colpi duri sul naso o addirittura sulla bocca, poiché le fermate violente e false agiscono in modo estremamente nocivo sui posteriori e possono produrre tare.

La voce, un aiuto potentissimo
La voce, in questo contesto, è un
aiuto potentissimo e spesso sottovalutato.
Podhajsky ricorda che i cavalli possiedono un orecchio eccellente, che percepisce fini sfumature e reagisce in modo diverso ai suoni acuti e gravi. Spesso si può riportare il giovane cavallo alla ragione semplicemente apostrofandolo vigorosamente.
Se per modificare l'andatura o per attirare il cavallo a sé l'addestratore impiegato per qualche tempo la stessa parola, l'allievo obbedisce a quella parola che si è impressa nella sua memoria.
La richiesta vocale aiuta soprattutto all'inizio, con termini semplici, rapidi, incisivi e istantanei.
E Mazzoleni aggiunge un consiglio prezioso: gli ordini vocali devono essere sempre vivaci, mai strascicati o spesi, anche e soprattutto nelle transizioni a scendere.
Se vogliamo che la transizione dal galoppo al trotto o dal trotto al passo avvenga con impulso, e non per perdita d'impulso, la richiesta non deve suggerire perdita di vivacità.
Non usare la frusta nella richiesta di transizione a scendere significa, di fatto, agire solo per trazione, e questo in breve tempo diventa la causa stessa della mancata transizione.

Quanto dura ciascuna fase?
Dipende interamente dal carattere e dall'intelligenza del cavallo, e deve essere lasciato solo al giudizio del cavaliere.
Podhajsky ci dice che il giovane cavallo (nel suo caso, il giovane cavallo Lipizzano) viene generalmente lavorato alla corda per
due o tre mesi prima di incominciare il lavoro montato.
Steinbrecht raccomanda di continuare il lavoro alla corda finché il cavallo non può portare senza inconvenienti il ​​peso del cavaliere, perché un lavoro regolato con discernimento sarà sempre più utile di un'esistenza indolente.
Mazzoleni parla di lavoro alla corda routinario e di lavoro alla corda su cavalli manomessi e da rimonta.
La regola è che
ogni nuovo esercizio venga introdotto alla fine della sessione di lavoro alla corda, quando il cavallo ha perso la sua foga e la sua ipersensibilità di dorso e considera la fine del lavoro come la ricompensa della propria docilità.

Spesso considerato superficiale e inutile, il lavoro alla corda è invece uno strumento formidabile, forse il più sottovalutato dell'equitazione moderna. 
È il fondamento su cui costruire un cavallo fiducioso, equilibrato e disponibile.
E, non di importanza secondaria,
affina la mano del cavaliere come pochi altri esercizi, perché una mano leggera alla corda è senza dubbio una buona mano in sella!

Buona lettura e buon lavoro! 
E che il nodo resti lasso! Sempre!

Fonti:
Alois Podhajsky, 
L'arte equestre classica, SIAEC, 2016
Gustav Steinbrecht,
La palestra del cavallo, SIAEC, 1991
Manuel Carlos de Andrade, Luce della nobile e liberale arte della cavalleria, 1791
Giancarlo Mazzoleni, Equitare con sentimento, Equitare, 2003

Giancarlo Mazzoleni, L'utilità del lavoro alla corda, Equitare, 2014 

La foto ritrae me e la cavallina grigia alla fine di una sessione di lavoro alla corda. È stata scattata nel 2018 presso il centro equestre di Monvicino (Alessandria), durante il corso SIAEC (Società Italiana Arte Equestre Classica) tenuto da Giancarlo Mazzoleni.

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