Il cavallo non è nato per essere montato. E allora perché lo facciamo?  La risposta è nell’assetto: ce lo svela il Generale Giovanni Barbara

Il cavallo non è nato per essere montato. E allora perché lo facciamo? La risposta è nell’assetto: ce lo svela il Generale Giovanni Barbara

Giovanni Barbara è un generale dell’Arma dei Carabinieri in pensione. Ma prima ancora che un ufficiale, è un uomo che ha dedicato una vita intera ai cavalli. Non un semplice appassionato, ma un vero innamorato di questi animali, da sempre.
Oggi è istruttore federale di secondo livello, istruttore di equitazione per l’Arma dei Carabinieri e formatore della SIAEC – Società Italiana di Arte Equestre Classica – fondata dal suo carissimo amico e maestro Giancarlo Mazzoleni, scomparso qualche anno fa.

Una vita in sella, tra servizio, agonismo, studio e passione
Il Generale monta a cavallo fin dall’età di sei anni. Ha prestato servizio prima presso il Reggimento Carabinieri a cavallo e successivamente al Reggimento Corazzieri, altro reparto montato dell’Arma. In questi contesti ha svolto attività di ordine pubblico, scorte, addestramento, doma di cavalli, formazione di cavalieri e gestione di reparti a cavallo, partecipando anche a numerosi caroselli equestri in diverse regioni italiane.
Non solo servizio istituzionale, però. Giovanni Barbara si è dedicato anche all’attività agonistica, cimentandosi nel salto ostacoli, nel dressage e nel cross country.

L’incontro con Mazzoleni e il metodo MEI
Più di vent’anni fa, l’incontro con Giancarlo Mazzoleni che avrebbe cambiato il suo modo di intendere l’equitazione. Il maestro gli ha trasmesso un approccio completamente nuovo all’addestramento e alla monta, basato sul lavoro in piano, rielaborato dagli insegnamenti dei vecchi maestri e arricchito dalla collaborazione con fisiatri, veterinari e istruttori di equitazione, anche di tradizione francese come quelli di Saumur.
Da questo lungo e accurato studio, Mazzoleni ha dato vita al metodo MEI (Metodo di Equitazione e Isodinamica) che Giovanni Barbara applica e ha fatto proprio, sottolineando con compiacimento come i risultati conseguiti, sia sul piano personale che nella sua attività di formatore e istruttore, siano tangibilmente notevoli.

Oggi, insieme al Generale (a me piace chiamarlo così), mentore e caro amico, affronteremo un tema ostico e affascinante, che interessa non solo i neofiti, ma soprattutto chi pratica equitazione da tempo e ha a cuore il “ben-essere del cavallo.

L’assetto che ci hanno insegnato: rigidità o equilibrio?
Testa alta e sciolta, spalle aperte e petto in fuori, braccia naturalmente cadenti, mani con le unghie che si guardano ai lati del garrese, gambe strette, talloni bassi, suole in fuori”.
Questi erano i dettami delle lezioni di equitazione relative all’assetto del cavaliere, quando anch’io imparai – o tentai di imparare – a montare a cavallo.
Oggi, però, grazie allo studio dei vecchi maestri e al lavoro di Mazzoleni, posso affermare che tutto ciò descrive soltanto una posizione statica, per di più non del tutto corretta. Ma non l’assetto.

Perché gambe strette e rigidità limitano il cavallo
Cominciamo proprio dalla posizione non corretta.
Senza tediarvi con lunghe elucubrazioni, posso dire che quanto appena descritto evidenzia una serie di rigidità nel cavaliere:
- la testa, se tenuta alta, non può essere sciolta, e lo stesso vale per le spalle;
- le braccia distese non consentono un contatto leggero e costante con la bocca del cavallo, cosa che invece sarebbe possibile con gomiti morbidamente piegati;
- le gambe strette limitano la respirazione del cavallo, non lo lasciano “passare” e inducono il cavaliere a “uscire” dalla sella, perdendo il contatto con il movimento del cavallo;
- un bacino rigido non riesce ad adeguarsi e accompagnare il movimento, mentre un corretto equilibrio del cavaliere permetterebbe di “sentire” il cavallo in ogni suo gesto.

La posizione, in fondo, è semplicemente la proiezione verticale di quella orizzontale del cavallo. 
L’assetto è altra cosa.

Assetto: un concetto dinamico, continuo, vivo
L’assetto del cavaliere non è e non può essere statico.
È invece un atteggiamento continuamente dinamico.
Il cavaliere ha a che fare con un altro essere vivente. Questo comporta un continuo adeguamento al suo movimento, indispensabile per:
- evitare contrasti e discontinuità tra i due corpi;
- consentire al cavaliere di agire, attraverso il proprio assetto, sul corretto addestramento del cavallo.

In questo contesto si parla spesso di tatto equestre, un concetto difficile da definire e spiegare. 
Secondo il Generale, il tatto equestre si manifesta in un assetto che permette al cavallo di muoversi con la stessa leggerezza che ha quando non è montato, e al cavaliere di agire “sentendo” il cavallo. 
Due condizioni inscindibili: se il cavaliere possiede la sensibilità di percepire il movimento del cavallo, adattandosi e assecondandolo senza mai contrastarlo, allora è veramente in assetto.

Il peso del cavaliere e la risposta del cavallo
Per fare un esempio concreto, riflettiamo sulle conseguenze del peso del cavaliere. A seconda di come questo viene distribuito, la risposta del cavallo sarà immediata, positiva o negativa.
Un’azione improvvisa o eccessivamente incisiva genera contrasto. Viceversa, un’azione calma, leggera e ripetuta nel tempo porta a una comprensione e a una risposta che spesso meravigliano.

Impulso: volontà, non solo andare
Un altro termine spesso utilizzato è impulso, quasi sempre confuso con l’“andare” del cavallo. Ma non è così.
L’impulso è un’attività psicofisica del cavallo, che agisce con volontà, desiderio di andare e, soprattutto, di cooperare con il proprio cavaliere.
Ma come può un cavallo che vive ventidue ore al giorno in un box, isolato dai suoi simili, e le altre due tra bardatura e lavoro in campo, essere sereno e volenteroso?
Perché questo accada, dobbiamo avere un amico a quattro gambe sereno e fiducioso, sia nell’assetto del suo addestratore, sia nell’ambiente in cui vive.

Il cavallo non è nato per essere montato: un monito che viene da lontano
Secondo il Generale, il cavallo non è stato creato per essere montato.
L’essere umano ha approfittato della sua mole, della sua forza e della sua docilità per scopi propri. Ma questo non giustifica un’insensibilità nei suoi confronti, né tantomeno la negligenza verso un addestramento che lo porti a esprimersi al meglio, senza conseguenze negative per la sua salute fisica e mentale.

Quando il cavallo si concede: il doppio movimento
Il Generale ama ricordare una frase di Steinbrecht. 
Quando il cavallo si raccoglie bene sui posteriori – cioè quando il bacino si aggroppa e il posteriore va sotto la massa – dà l’impressione di volersi quasi sedere. 
Anatomicamente, in quel movimento, il cavallo si allarga leggermente nella pancia. 
Sembra che vada verso il cavaliere.
E qui si compie un doppio movimento:
- il cavaliere va verso il cavallo, volendolo sentire, agevolare, farlo lavorare senza costrizioni, con serenità psicofisica e senza l’uso di abbassa testa, redini di ritorno o imboccature particolari;
- il cavallo, quando lavora bene, si mette in equilibrio, sa andare sui posteriori e si concede.
In quel momento percepisci con il bacino il movimento della sua schiena che viene verso di te. Così il cavallo va verso il cavaliere, si mette in mano, si concede serenamente.

In conclusione, l’assetto non è una gabbia di regole rigide, ma un dialogo continuo tra due esseri viventi. Un dialogo fatto di sensibilità, ascolto, leggerezza e rispetto. 
Come ci insegna il Generale Giovanni Barbara, montare a cavallo è prima di tutto un atto d’amore.

L’immagine è tratta dal libro:
Giancarlo Mazzoleni, Metodo di equimozione e isodinamica per equitare con sentimento. La pratica. Quaderno 3. Il passo, Equitare, 2010

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