Mascalcia 4.0. Un’arte antica che si evolve o una tradizione che permane? Ne parliamo con Simone Orlando

Mascalcia 4.0. Un’arte antica che si evolve o una tradizione che permane? Ne parliamo con Simone Orlando

Evoca l’odore acre del ferro, racconta di zoccoli sollevati con pazienza, irrompe a colpi di incudine e martello nel silenzio delle scuderie. Più antica del maniscalco stesso, la mascalcia non è solo abilità nel “mettere i ferri”.
È diagnosi, è riequilibrio, è ascolto. È sapienza antica che si rinnova.

Oggi vi porto in questo mondo insieme al mio amico Simone Orlando, un artigiano che ha imparato il mestiere con le mani, ma che non ha mai smesso di studiare e aggiornarsi. 
Con lui abbiamo parlato di tecnica, ma anche di quel momento magico in cui il cavallo china la testa e concede il suo zoccolo, segno che la fiducia ha vinto sulla paura.
Cominciamo!

Simone, apriamo la tua cassetta degli attrezzi: quali sono, secondo te, gli strumenti irrinunciabili per un maniscalco?
Onestamente, credo non vi sia uno che prevalga sugli altri. Per me sono tutti ugualmente indispensabili. Ogni attrezzo, dalla tenaglia al martello, dalla raspa al coltellino, svolge una funzione specifica e complementare.
La vera differenza non la fa lo strumento in sé, ma la mano e l’esperienza di chi lo utilizza.

Puoi chiarire la differenza sostanziale tra una ferratura tradizionale e una terapeutico-ortopedica?
La ferratura tradizionale ha uno scopo prevalentemente meccanico e preventivo: distribuire equamente i carichi sull’articolazione e proteggere la scatola cornea dal contatto diretto con il suolo.
La ferratura terapeutica, invece, è un atto medico a tutti gli effetti. Interviene quando ci troviamo di fronte a patologie degenerative come la laminite o altre affezioni ossee.
In quei casi, il margine d’errore si azzera: il cavallo sofferente ha una tolleranza molto ridotta, e ogni singolo gesto, ogni angolazione del ferro, deve essere eseguita con una precisione quasi chirurgica, perché andiamo a gravare su un arto già compromesso.

Prima di iniziare il lavoro, quali sono i parametri fondamentali che valuti nell’appiombo e nell’assetto del cavallo?
Non si tratta di cercare difetti, ma di comprendere la sua natura intrinseca. Ogni cavallo ha una conformazione unica, un modo personale di distribuire il peso. 
Il mio compito è leggere questa conformazione per rispettarla, non per stravolgerla. 
L’appiombo ideale è quello che asseconda la sua struttura scheletrica, cercando di riequilibrare le forze in gioco in modo armonico.

Quando hai deciso di intraprendere questa professione?
Ho iniziato a diciannove anni.

È un’età relativamente tarda per questo mestiere, di solito si comincia da ragazzi. Cosa ti ha spinto verso questa scelta così particolare?
Esclusivamente la passione.

Avevi cavalli in famiglia? C’era una tradizione di maniscalchi tra i tuoi parenti?
No, mio padre non era maniscalco, ma aveva i cavalli. 
Tuttavia, la scintilla non è scoccata per ossequio familiare, ma per una fascinazione personale e istintiva verso questi animali.

Quindi è stata la passione a guidarti, più di una questione di necessità o di tradizione?
Assolutamente sì.

Hai frequentato corsi specifici o hai imparato principalmente sul campo?
Ho frequentato un corso di formazione a Martina Franca, tenuto da un professionista di grande esperienza.
Quella è stata la base, ma è stata l’esperienza pratica quotidiana a forgiarmi veramente.

Qual è stata la ferratura più complessa della tua carriera e, al contrario, quella che ti ha regalato la soddisfazione più grande?
Paradossalmente, la sfida più ardua è riuscire a realizzare una ferratura semplice, con quattro ferri tradizionali, in modo perfetto. 
E la gratificazione più autentica è proprio quella: vedere un cavallo che si muove diritto e sciolto con una ferratura all’apparenza banale, ma eseguita con estrema cura.

Esistono sistemi più sofisticati, eppure tu prediligi la semplicità. Perché?
Perché l’esperienza mi ha insegnato che la semplicità, se ben eseguita, è la soluzione più elegante e funzionale.
I ferri terapeutici o particolarmente complessi, col tempo, possono spostare il problema da una parte all’altra dell’arto. 
Li utilizzo solo quando sono strettamente necessari, ma la mia filosofia è sempre quella di ricercare la linea più naturale e meno invasiva possibile.

Come ti approcci a un cavallo che non conosci, magari particolarmente nervoso o diffidente?
Il cavallo è uno specchio del suo stato d’animo. Ancora prima di toccarlo, lo leggo nei segnali che mi invia: la posizione delle orecchie, la vivacità dello sguardo, il ritmo del respiro. Con gli esemplari più reattivi, cerco di instaurare un contatto graduale, lasciando che mi annusino, che prendano confidenza con la mia presenza. La fretta è la peggior nemica in questi casi.

Ti è mai capitato di trovarti di fronte a un cavallo così spaventato o traumatizzato da metterti in seria difficoltà?
Certo, capita. Soprattutto con cavalli che sono stati “avvicinati” al ferro in età adulta, magari cresciuti allo stato semibrado o in ampie praterie, con un contatto umano minimo. In quei casi non si può pretendere nulla: bisogna procedere per piccoli passi, giorno dopo giorno, con una pazienza infinita, per fargli comprendere che non deve temere alcun dolore.

In queste situazioni limite, ti è mai capitato di provare paura?
No, fino ad oggi non ho mai provato timore. Riesco a gestire le situazioni con la giusta calma.

Cosa provi emotivamente quando un cavallo inizialmente diffidente, alla fine, cede alla fiducia e si rilassa sotto le tue mani?
È una delle soddisfazioni più grandi. Riuscire a creare quel legame di fiducia è la base di tutto il nostro lavoro. Significa che ho saputo trasmettere sicurezza, e questo mi ripaga di ogni sforzo.

Ti è mai capitato che un cavallo ti riconoscesse, magari anche dopo mesi?
Sì, accade spesso. E il riconoscimento può essere positivo o negativo. Alcuni cavalli, appena vedono il grembiule da maniscalco, iniziano a soffiare, a dare segni di diffidenza perché associano quella figura a un momento che per loro è stressante. Quando invece il riconoscimento è sereno, è motivo di grande orgoglio.

Secondo te, qual è l’errore più comune che commette un proprietario nella cura del piede del cavallo?
L’errore più diffuso è l’eccesso di zelo. Si esagera con le docce, con l’acqua, con l’umidità costante. 
Il piede del cavallo possiede un meccanismo di autoregolazione idrica che va rispettato. 
L'acqua non è una grande amica del piede, spesso l'umidità crea un habitat naturale per i batteri e può causare lo sviluppo di patologie come la distrofia della muraglia. 
Così come l’abuso di grassi e unguenti, applicati senza criterio, finisce per occludere i pori e alterare la traspirazione naturale. 
La soluzione migliore, spesso, è il buon senso e un ambiente naturale, come un paddock in terra battuta, dove il cavallo può autoregolarsi da solo.

Io possiedo un lipizzano, cresciuto per tre anni in semi-libertà. Uso pochi prodotti e il suo piede è ottimo. Cosa mi consigli, c’è un trattamento di base che dovrei adottare?
La qualità del piede è innanzitutto una questione genetica. 
Le razze di ceppo più “rustico”, come il lipizzano o il murgese, hanno uno zoccolo naturalmente più resistente perché selezionati in territori impervi. Se il piede è sano, non serve inondarlo di prodotti. L’unico consiglio che posso dare, a livello sistemico, è l’integrazione di biotina.

Che cos’è esattamente la biotina?
È un integratore alimentare, somministrato per via orale, che agisce dall’interno per rinforzare la struttura della muraglia, rendendola più compatta e resistente.

E per quanto riguarda i prodotti esterni, c’è qualcosa che consiglieresti di tenere nella cassetta degli attrezzi di un proprietario?
Tra i prodotti topici, il grasso e l’olio sono i più diffusi. A livello pratico, i risultati sono simili, ma l’olio ha un assorbimento più rapido. Li userei con parsimonia, magari dopo il lavoro e prima della doccia, per favorire lo scivolamento dell’acqua e limitare l’imbibizione della tela cornea.

Con quale cadenza un proprietario dovrebbe chiamare il maniscalco per un cavallo sano, senza patologie particolari?
Per una ferratura semplice, su un cavallo con un buon appiombo, il ciclo ideale è di quarantacinque-cinquanta giorni. Per i cavalli sportivi, cerco di adattarmi al calendario agonistico, ma ho una regola ferrea: non ferrare mai il giorno prima di una competizione.

Perché questa precauzione?
Perché qualsiasi ferratura modifica, seppur minimamente, l’appiombo e le sensazioni alle tre andature. L’animale ha bisogno di alcuni giorni per abituarsi al nuovo assetto e alla nuova presa sul terreno. Arrivare all’ultimo momento con un cambiamento significa aumentare il rischio di un passo incerto o di una prestazione non ottimale.

Sui social si vedono sempre più spesso le cosiddette “scarpette” in materiali sintetici, proposte come alternative moderne al ferro tradizionale. 
Qual è la tua opinione in merito?
Credo che ci sia una componente di marketing molto forte, che non sempre è supportata da dati scientifici solidi. La priorità assoluta, con qualsiasi mezzo si scelga, resta il pareggio del piede e il corretto allineamento dell’appiombo. Che sotto lo zoccolo ci sia un ferro in acciaio o una scarpetta in materiale composito, il principio biomeccanico non cambia. La scelta deve dipendere dal terreno e dalle esigenze specifiche del cavallo.

Quindi ti schieri a favore della tradizione o vedi la possibilità connubio tra passato e innovazione?
Io sono un fautore dell’innovazione, ma con un approccio pragmatico. Devo vedere i risultati, toccare con mano i benefici. Ad oggi, dopo anni di esperienza, è il ferro tradizionale a darmi le risposte più positive e costanti. Non lo abbandono perché è ciò che i cavalli, nella loro risposta fisica e comportamentale, mi insegnano a preferire.

Consiglieresti a un giovane di intraprendere questo mestiere?
È un lavoro duro, faticoso e logorante. Se non c’è una passione autentica e viscerale, è meglio lasciar perdere. Ma se c’è la motivazione, allora sì, lo consiglio.

Secondo te, per diventare un buon maniscalco è sufficiente l’esperienza pratica o servono anche solide basi teoriche?
L’esperienza è fondamentale, ma non basta. Bisogna innanzitutto studiare l’anatomia del cavallo, comprenderne la struttura ossea, il funzionamento dei legamenti e dei tendini. Un arto non ha muscoli, è un sistema di leve perfette: conoscere la posizione e la funzione di ogni singolo osso è il presupposto indispensabile per operare con consapevolezza e responsabilità.

Esistono, in Italia o in Puglia, scuole di mascalcia che ritieni particolarmente valide?
In Puglia, purtroppo, ancora non abbiamo centri di formazione specifici.
A livello nazionale, invece, segnalo l’
Italian Euro Farrier di Bergamo, la scuola di mascalcia diretta da Carlo Montagna, che rappresenta un’eccellenza nel settore.

Grazie mille per il tuo tempo e per le tue preziose riflessioni, Simone.
Grazie a voi, è stato un piacere.

Un ferro ben sagomato rispetta l’appiombo, distribuisce i carichi, protegge il tallone e previene lesioni. Una buona ferratura si sente nel passo sciolto, nella schiena morbida, nello sguardo tranquillo del cavallo.
E quando la tecnica incontra l’ascolto, la missione è compiuta!

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